martedì 6 settembre 2011

CHE PESCI PIGLIARE Il Mediterraneo si spopola. il Governo estende il fermo.

il Governo estende il fermo alla pesca



Il fermo biologico è ogni anno occasione di polemiche e lamentele. Quest’estate il blocco della pesca, necessario per permettere il ripopolamento dei nostri mari, durerà due mesi nell’Adriatico (dal 1 agosto al 30 settembre) e un mese nel Tirreno (dal 29 settembre alla fine di ottobre). Uno stop prolungato che ha non è piaciuto agli operatori del settore. Per alcuni si tratta di una misura indispensabile, per altri è solo un danno economico. Nonostante siano previste quote di risarcimento, i pescatori, già in difficoltà per la competizione con i prodotti esteri, vivono questa misura come una violenza. La vera violenza, però, la subisce il mare. 
Diversi studi dicono che entro il 2050 le risorse mondiali di pesce collasseranno e che molte specie che oggi siamo abituati a vedere nei nostri piatti diventeranno delle rarità. Secondo laFao circa il 32% degli stock ittici mondiali è esaurito, sovra sfruttato o in fase di ricostruzione. Le dieci specie più comuni nell’alimentazione umana sono tutte sfruttate al massimo.
D’altra parte non servono allarmistiche ricerche, è sufficiente affidarsi ai ricordi. Chi vive in zone costiere e ha più di trent’anni, non può non notare che le nostre acque si sono progressivamente svuotate di vita. 
Per preservare questa enorme ricchezza bisogna allora fare qualche sacrificio, partendo dal piattoLa riduzione dei consumi, non lo diremo mai abbastanza, è la prima regola. Con la diffusione a livello mondiale della moda del sushi, sfizioso ed economico, i consumi di pesce stanno aumentando vertiginosamente. Le specie utilizzate per questa specialità giapponese sono spesso proprio le più minacciate o la cui pesca ha un impatto peggiore, come il tonno, il pesce spada e il salmone. La sushimania si sta diffondendo anche da noi e ne risente il mare e la qualità di quello che mangiamo. Quando si tratta di cibo, grossi consumi e alti livelli di produzione quasi mai vanno di pari passo con la qualità. 
Il problema è globale e, se in Italia si tenta di riparare al danno con il fermo biologico, altre zone del mondo non si pongono il problema e continuano a immettere sul mercato grossi quantitativi di pesce a basso costo che vanno a compensare le carenze della pesca locale, anche durante il fermo biologico. Comprare pesce proveniente dall’estero nei mesi dello stop alla pesca non è una gran soluzione perché fa aumentare la pressione su altri mari. In più si finisce per favorire la concorrenza estera (secondo dati Ismea in Italia il 60% del pesce consumato è importato) e la pesca industriale. Mentre una delle chiavi per una pesca più sostenibile è proprio la piccola pesca tradizionale. Inoltre un prodotto che viene da lontano pesa sull’ambiente con le emissioni di CO2 legate al trasporto e alla conservazione. 
Molto meglio, in quei mesi, ridurre drasticamente o eliminare il pesce dalla nostra dieta per poi farci una bella scorpacciata a fermo terminato. Stando attenti, però, a che pesce mangiamo. Per cercare di fare scelte che non pesino troppo sui nostri mari abbiamo a disposizione diversi criteri. Intanto, quando è possibile, è d’obbligo preferire il piccolopescatore che utilizza metodi tradizionali e il cui impatto sull’ambiente è trascurabile. Avremo la garanzia di un prodotto fresco e supporteremo un’economia tradizionale oggi messa a dura prova dai colossi industriali che dominano il settore. 
Poi bisogna ricordarsi che in pescheria è obbligatorio indicare il nome della specie, la zona di provenienza e se il pesce è stato catturato o viene da allevamenti. Optare per le produzioni locali è sempre la scelta più sostenibile. Sulla questione allevamento o pescatonon esiste una risposta univoca: dipende dalla specie e dalla zona. Alcune qualità di pesce, se allevate, hanno un grosso impatto sull’ambiente, in particolare le specie carnivore, che vengono nutrite con enormi quantità di piccoli pesci catturati in mare. Un altro esempio è l’acquacoltura di gamberetti che sta danneggiando gravemente gli ecosistemi del Sudestasiatico, zona da cui provengono grosse quantità di questo prodotto. In Italia posiamo invece considerare generalmente abbastanza sostenibile la coltura di cozze. 
Quando si fa la spesa in pescheria è inoltre importante fare attenzione alla dimensione degli esemplari venduti. La normativa europea, con specifiche regionali, prevede per ogni specie delle dimensioni minime che garantiscano che l’esemplare abbia raggiunto la maturità riproduttiva prima di essere pescato. Lo stesso ragionamento dovrebbe portarci a scegliere pesci diversi a seconda della stagione. Infatti ogni specie ha un ciclo di vita che si articola durante l’anno ed è importante che gli esemplari possano raggiungere la stagione della riproduzione perché gli stock si mantengano sani e numerosi. 
In generale dovremmo preferire le specie con un ciclo di vita breve (i pesci più grandi hanno un ciclo di vita più lungo) e quelle i cui stock siano integri. Ci sono alcuni tipi di pesce che sarebbe giusto escludere sempre perché a rischio. Un esempio è il tonno di cui gli italiani sono tra i maggiori consumatori a livello globale e che invece è una specie minacciata in quasi tutto il mondo, Mediterraneo compreso. Greenpeace da anni conduce una campagna specifica per ridurre la pressione della pesca sul tonno. Inoltre, fatta eccezione per le sempre meno diffuse tonnare tradizionali (il cui pescato non è certo quello che finisce nelle scatolette dei supermercati), la pesca del tonno ha un forte impatto sull’ecosistema marino, come anche quella del pesce spada che provoca spesso catture accessorie di tartarughe e cetacei. Purtroppo il sistema di etichettatura europeo non prevede l’indicazione del sistema di pesca. Ma è importante sapere che molti metodi industriali danneggiano gravemente i fondali o comportano catture accidentali di tartarughe, squali, cetacei e altre specie. Inoltre nel sistema di pesca industriale gli scarti, ovvero il pescato che viene gettato via, costituiscono il 25% del totale. Questo accade anche perché delle moltissime specie commestibili presenti nei nostri mari, solo una piccola percentuale ha un mercato. E a livello globale si crea un pericoloso circolo vizioso di richiesta, aumento dei prezzi e crescita dei volumi di pesca
Secondo la Fao il 15% degli stock mondiali è sotto sfruttato. Esiste una grande varietà di pesci che oggi ignoriamo ma che in passato erano molto apprezzati. Specie che, se consumate nelle stagioni giuste, sono più sostenibili di quelle commerciali. E magari più gustose. Riscoprirle è lo scopo della campagna Pesce ri-trovato promossa da FishScaleall’interno del progetto europeo Life +
Non dimentichiamoci poi che in Italia abbiamo un’associazione che coniuga la sostenibilitàambientale con quella delle economie tradizionali, la qualità alimentare con il gusto del mangiare bene. Slow Food si occupa da qualche anno anche di Pesce e ha creato dei presidi specifici
Anche in materia ittica la forza del consumatore sta nel fare domande e nel pretendere trasparenza. In pescheria esigiamo informazioni: sono previste dalla legge. Al ristorante, dove non c’è l’ obbligo di indicazione della provenienza, possiamo sempre chiedere. E potremmo riuscire a convincere il ristoratore a fare scelte più sostenibili.

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