domenica 2 ottobre 2011

Un po' di storia Padana


I LONGOBARDI, GRANDE CAPITOLO
DELLA STORIA D'EUROPA E D'ITALIA
di GOFFREDO ADINOLFI


La storia del popolo Longobardo si pone in un crocevia fondamentale per la storia d'Europa e d'Italia. Quando Alboino, re dei longobardi, conquista la pianura padana a partire dal 568 il mondo post-romano è ancora profondamente confuso e i suoi equilibri erano tutt'altro che definiti. Le invasioni delle popolazioni "barbare" arrivate dall'oltre Reno avevano sì determinato la caduta dell'impero romano d'occidente ma non erano riuscite a scalfire il potere dell'Impero romano d'oriente. Bisanzio, sotto egemonia culturale greca, possedeva ancora numerosi territori in Italia e non era allora del tutto fuori luogo ritenere che potesse tornare a essere la forza egemone su tutta la penisola. La chiesa di Roma era ancora profondamente influenzata da Bisanzio e ai tempi il papa non aveva ancora costituito un dominio territoriale molto ampio.
Eppure dopo appena due secoli il quadro politico del Mediterraneo e dell'Europa saranno radicalmente differenti. I musulmani cominceranno a erodere il potere Bizantino, la chiesa, grazie all'aiuto dei franchi, si distaccherà definitivamente dall'oriente, sovrapponendosi sui suoi territori d'Italia fondando così lo Stato della chiesa che cadrà solamente nel 1870 quando le truppe sabaude conquisteranno Roma. Carlo Magno re dei franchi oltre a sconfiggere i Longobardi sconfiggerà gli Arabi nella battaglia di Poitiers arrestandone definitivamente l'avanzata. L'Europa si chiuderà fino a dopo l'anno mille in se stessa determinando così un forte arretramento culturale rispetto a civiltà molto più fiorenti come quella Araba e quella Bizantina.

Nascita del popolo LongobardoAllo stesso modo mosse dall'isola chiamata Scandinavia pure il popolo dei Winnili, cioè dei Longobardi, che poi regnò felicemente in Italia, e che trae origini dai popoli germanici. I popoli che la abitavano, moltiplicatisi al punto da non potere oramai più vivervi insieme, si divisero

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La resa di Pavia
 in tre parti e affidarono alla sorte la scelta di quale di loro dovesse lasciare la patria e cercare nuove sedi. Il gruppo così designato ad abbandonare la terra natale e ad andare in cerca di paesi stranieri, si sceglie due capi, Ibor e Aio, che erano fratelli, nel pieno della giovinezza e più degli altri valorosi, e si mette in cammino, dicendo addio alla propria gente e alla patria, per trovare delle terre dove potere vivere e stabilirsi. Era madre di questi capi Gambara, donna fra loro forte di ingegno e provvida nel consiglio, sulla cui saggezza essi facevano grande affidamento per le situazioni difficili.Così Paolo Diacono, storico Longobardo, narra la saga delle origini del suo popolo nell'VIII secolo, cioè quando l'epopea del suo popolo si era appena consumata e Carlo Magno re dei franchi aveva appena conquistato l'Italia del nord. I Winnili, originario nome dei longobardi, muovono dalla Scania intorno al I secolo A.C.,. Occorre però sottolineare, come sostiene lo storico Jorg Jarnut e contrariamente a quanto narrato da Diacono, come più che per ragioni demografiche le ragioni della grande migrazione sarebbero da attribuire non tanto a motivazioni demografiche, bensì per voglia di avventura e bramosia di bottini, anche se, è difficile fare supposizioni vista la difficoltà a reperire fonti certe che possano avvalorare in modo definitivo le origini del popolo dei Longobardi.
Prima tappa di questo viaggio Scoringa dove i Winnili risiedono per alcuni anni e dove vengono in conflitto con i Vandali, potenza egemone nell'Europa centro orientale. Ancora Paolo Diacono ci racconta lo svolgersi di quella cruenta battaglia:
Si mossero quindi i duchi dei Vandali, cioè Ambri e Assi, con il loro esercito e dicevano ai Winnili: "pagateci dei tributi o preparatevi alla battaglia e battetevi con noi". Risposero allora i condottieri Winnili, Aio e Ibor, con la loro madre Gambara: "per noi è meglio prepararci alla battaglia, piuttosto che pagare dei tributi ai Vandali". Allora i duchi dei Vandali pregarono Wotan perché concedesse loro la vittoria sui Winnili. Wotan rispose loro dicendo: "a quelli che vedrò per primi al sorgere del sole, a costoro concederò la vittoria" In quel tempo medesimo, Gambara con i suoi due figli, Aio e Ibor pregarono Frea, moglie di Wotan, perché fosse propizia ai Winnili. Allora Frea consigliò che i Winnili venissero al sorgere del sole e le loro mogli venissero con i propri mariti con i capelli sciolti attorno al volto, a somiglianza di una barba. Quando il sole nascente si levò, Frea, moglie di Wotan, girò il letto su cui giaceva suo marito e fece sí che suo marito fosse rivolto verso oriente e lo svegliò. E quello, guardando, vide i Winnili e le loro mogli con i capelli sciolti attorno al volto e disse: "Chi sono quelle lunghe barbe?" E Frea disse a Wotan: "Come hai dato loro un nome, dà loro anche la vittoria". Ed egli diede loro la vittoria… Da quel tempo i Winnili sono chiamati Longobardi.In pochi anni, durante la loro discesa dalla scandinavia, i Winnili cambiano religione passando dal culto dei Vani diventando adoratori del dio degli eserciti e della guerra Wotan, cambiamento che si rifletterà anche sul cambiamento del loro nome che appunto diventarà Longobardi. I romani entrano in contatto con questo popolo intorno all'anno 0 della era cristiana. L'anno 5 D.C. Tiberio si spinge dal Lippe fino all'Elba che, secondo il 
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La chiesa di S. Michele in gogna
volere di Augusto, doveva diventare il confine dell'impero a oriente. Sconfisse i Longobardi che si videro così costretti a fuggire sulla riva destra dell'Elba.
Popolo inquieto quello dei Longobardi, cambiano costantemente le loro tradizioni lasciandosi influenzare dai popoli con cui vengono a contatto e si trasformano così da contadini a feroci combattenti. Dopo la disfatta contro i romani i Longobardi si trasferiscono verso la Boemia sottomettendovi le popolazioni e costringendole a lavorare nei campi per loro. Ma la grande svolta avviene intorno al V secolo, quando, dopo la vittoria ottenuta contro gli Eruli, i longobardi riescono a impossessarsi dei loro tesori e del loro prestigio. Gli Eruli cancellati come popolo vengono integrati grazie a un'unione matrimoniale tra Vacone, re dei Longobardi, e la figlia del re degli Eruli. In soli trent'anni Vacone riesce a fare del suo popolo i signori di un grande dominio che si estende dalla Boemia all'Ungheria costituendo, accanto a Bisanzio e al regno dei Franchi, una delle più importanti potenze europee.
Il credo in una comune ascendenza dei Longobardi è il vero elemento che tiene unita la gens longobardorum e si riflette nella saga delle origini, per i Longobardi la cosiddetta Origo gentis Longobardorum. Durante le loro migrazioni annettevano sempre al proprio esercito quello di altri popoli stanziati nei territori attraversati o schiere di guerrieri che vagavano in quelle regioni. Oltretutto a chi si fosse unito a questo esercito si apriva la possibilità di prendere parte ai suoi successi e così sono moltissimi i guerrieri che si uniscono ai Longobardi seguendone le loro migrazioni. Negli anni cinquanta del VI secolo il re Alboino guidava un esercito formato da Gepidi, Unni, Sarmati, Svevi e Romani delle province di Pannonia e Norico. Un'autentica società multietnica unita dalla tradizione e dal re dei Longobardi.
In modo particolare l'istituzione regia era davvero molto importante per un popolo costretto da continui combattimenti ad una forte coesione ed è proprio in nome del re che vengono dedicate tutte le canzoni epiche celebranti sia le vittorie sia le straordinarie conquiste dei Longobardi. Il ruolo eminente del re come guida dell'esercito determinò il fatto che il regno Longobardo, in misura maggiore di quanto forse non sia accaduto per altri popoli germanici, rimase un regno basato sull'esercito.
I re longobardi, dapprima distinti da forti caratteri sacrali, cominciano con l'ingresso nell'area danubiana a essere scelti in base alla loro idoneità al ruolo di capi di un esercito costantemente impegnato in sanguinose lotte per la sopravvivenza. Per mantenere prestigio e comando il re doveva essere, oltre che un capo politico, un eroe, personificazione dei valori e dell'etica di una società militare.
Questo è a grandi linee la struttura sociale del popolo Longobardo alla vigilia della loro conquista dell'Italia, un popolo peraltro già in parte influenzato dalla cultura romano-bizantina, con i quali avevano già partecipato ad alcune battaglie. Dai Bizantini mutuano parte dell'organizzazione relativo all'esercito, come ad esempio l'istituzione degli ufficiali, duxe comes.
Esercito e tradizione restano comunque i due elementi fondamentali nella cultura Longobarda, soprattutto perché proprio la guerra era alla base della loro economia. Attraverso l'arte funeraria dei Longobardi noi possiamo inoltre comprendere quale importanza avessero le origini de longobardi e proprio i cimiteri diventano così i monumenti caratteristici, e unico lascito archeologico giunto fino a noi, dei Longobardi in Pannonia.

La conquista di'Italia Il 2 aprile 568 i Longobardi, guidati dal loro epico re Alboino, danno inizio all'esodo dalla Pannonia e, dopo la traversata delle alpi raggiungono il Friuli per raggiungere poi, il 3 settembre 569 Milano. All'inizio del 570 tutta la regione padana compresa tra le alpi e il Po era conquistata, e Alboino appariva il dominus Italiae. Terminata la conquista Alboino pone la sua residenza a Verona nel palazzo che fu di Teodorico, intorno all'anno 572. Fu paradossalmente allora che i problemi per il glorioso capo dei Longobardi cominciarono e l'unità del suo popolo dovuta perlopiù all'ansia di conquista comincia a sfaldarsi. Fu una congiura 
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Il papa S. Gregorio Magno
a portare alla morte Alboino, una congiura che vede sua moglie Rosmunda pronta a vendicarsi di quello che non era solo suo marito, ma anche l'assassino di suo padre, il vecchio re dei Gepidi. Da allora e per dieci anni l'autorità regia sparì sostituita da quella dei duchi i quali approfittarono di un vuoto di potere per cercare di estendere e consolidare la loro influenza nelle zone appena conquistate.
I primi insediamenti longobardi in Italia ci lasciano pochi segni e poche costruzioni in modo peraltro analogo a quanto era avvenuto all'epoca della dominazione in Pannonia. Sono ancora i cimiteri a fornirci un'idea della loro struttura sociale, generalmente i Longobardi vivevano separati dalle popolazioni da loro assoggettate e fino al VII secolo l'unica costruzione che abbiamo di loro si riferisce al palazzo e alla chiesa voluti nella prediletta Monza da Teodolinda, addirittura dopo trent'anni dalla conquista.
Posizione scomoda quella che si scelgono i Longobardi, l'Italia infatti si trova proprio tra due imperi potentissimi: quello dei franchi a nord e quello dei Bizantini a sud. La mancanza di un'autorità regia rende fragili i neo-italiani e così i merovingi ne approfittano per assoggettare i longobardi che riescono così a darsi un altro re: Autari. Anche la cultura andava poco a poco mutando, da popolo di migranti i Longobardi scelgono di stanziarsi in Italia e così prestigio e ricchezza non venivano più determinate dalle conquiste ma da un quadro territoriale sostanzialmente stabile. In seguito a una nuova spedizione contro i longobardi da parte dei franchi Autari può dimostrare il proprio valore e ridare finalmente la dignità che il popolo longobardo aveva perduto dalle numerose sconfitte.
Ed è sotto il regno di Autari che i longobardi cominciano a mutare in profondità le proprie istituzioni e nell'ora della sua elezioni i duchi promettono il 50% dei beni prodotti nelle loro terre come base finanziaria del regno, introducendo così per la prima volta la fiscalità. Secondo la tradizione, ci spiega Paolo Diacono, Autari si spinse fino allo stretto di Messina e disse: "fino qui giungeranno i confini dei longobardi". Secondo quel racconto egli avrebbe identificato l'estensione tendenziale del regno in un concetto geopolitico costruito dalla cultura classica: l'Italia come unità dalle Alpi allo Stretto. Dopo la morte di Autari Teodolinda, vedova di Autari, sposerà Agilulfo determinandone così la successione al trono. Agilulfo continuerà l'opera di consolidamento delle conquiste e del potere interno, procedendo ad una violenta ed efficace repressione di tutti quei duchi che gli facevano ancora resistenza, l'autorità ducale perderà così di carattere politico autonomo per tutto il periodo del regno Longobardo.

L'editto di RotariMorto Agilulfo i longobardi dovettero aspettare prima di tornare ad avere un re degno di guidare un popolo dal passato tanto glorioso, lo troveranno nel 636 in Rotari, duca di Brescia. A Rotari spetterà il compito di ridare prestigio alla corona dopo gli errori grossolani commessi dai suoi predecessori, Aldoloaldo e Arioaldo, e dopo le ribellioni di alcuni duchi. Movente della repressione fu un'idea nuova che il re aveva della compagine politica e della funzione regia: tra i longobardi doveva instaurarsi una pace, cioè un'ordinata convivenza di individui e gruppi, attraverso il dominio della giustizia garantito dal re e così il 22 novembre del 643, dopo anni di ricerche nella tradizione longobarda, nei codici germanici già scritti e, infine, nella tradizione giuridica romanica, venne pubblicato l'Editto di Rotari.
La società longobarda che traspare attraverso l'Editto si configura come una comunità retta da rapporti oggettivi di diritto. L'Editto distingue nei reati due livelli di offesa, uno consistente nel danno materiale e morale prodotto nell'offeso, l'altro nell'infrazione dei rapporti di convivenza sociale. Per quanto riguarda l'autorità regale vi sono alcune rotture rispetto all'epoca di Agilulfo, proclamandosi non re d'Italia abbandonando così un progetto tanto prestigioso quanto irrealizzabile, ma re dei Longobardi. La funzione del re veniva definita dai suoi rapporti con la legge, che non era da lui fondata, perché essa apparteneva alle tradizioni più caratteristiche del popolo. Della legge il re era però
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La croce di Agilulfo
custode, colui che preservava la tradizione dalle manipolazioni arbitrarie ed aveva la capacità di perfezionarla nell'interesse della pace interna del popolo longobardo.
Il re e la legge divengono ora i fattori connettivi della comunità sociale e politica; questa è l'intuizione nuova che emerge dall'Editto e costituisce il tratto originale della matura concezione della regalità longobarda. Grazie al loro operare, ogni membro della comunità doveva "vivere in tranquillità, impegnarsi volentieri contro i nemici e difendere sé e il proprio paese". I duchi perdevano grande parte del loro potere basato sull'amministrazione della giustizia nell'ambito dei territori da loro governati. E la tutela che la legge offriva all'autorità ducale era inglobata nella generale difesa dell'autorità pubblica della quale era esponente principale il re.
Il re amministrava e controllava la giustizia attraverso le "corti regie" dislocate su tutto il territorio longobardo. Le "corti regie" erano delle autentiche prefetture nominate dall'alto e attraverso le quali il potere dei duchi veniva ulteriormente sminuito o comunque posto sotto diretto controllo del re.
Ma l'Editto non regolava solo, come in una Costituzione, i rapporti tra gli organi dello Stato, in esso vi erano regolati minuziosamente i rapporti di "classe", i rapporti economici e le relazioni di famiglia come in un moderno codice civile.
Troppo lunga sarebbe un'analisi dettagliata dell'Editto, possiamo però dire che per quanto riguarda i rapporti di classe la società longobarda era caratterizzata da una rigida divisione tra liberi, gli unici a essere titolari di tutti i diritti sanciti nell'Editto e i non liberi la cui dignità era notevolmente sminuita rispetto ai liberi. Ai romanici, ovvero o popoli preesistenti ai longobardi, era concesso lo statuto di liberi solo nel caso avessero abbandonato le loro vecchie tradizioni. Da un punto di vista del diritto di proprietà l'Editto risente in modo molto forte della struttura economica longobarda dell'epoca, basata sull'agricoltura, in esso viene regolato dettagliatamente ogni rapporto di cessione, acquisizione legato alla terra, i documenti scritti di possesso sostituiscono la semplice "notorietà".
Occorre sottolineare come già all'epoca in cui l'Editto veniva redatto la società longobarda dava ampi segni di deterioramento, accanto a liberi ricchi e potenti vi erano liberi poveri; i territori controllati direttamente dal re si potevano riassumere, intorno alla metà del VII secolo semplicemente alla Liguria e alla pianura padana occidentale. I ducati del Friuli e di Trento, così come il ducato beneventano godevano già allora di una certa autonomia.

Il regno di LiutprandoNel 712 Liutprando succede al trono longobardo, proprio alla vigilia di grandi sconvolgimenti internazionali. I musulmani cominciavano in modo piuttosto inquietante la loro espansione nel mondo mediterraneo mettendo così in una posizione di difficoltà l'Impero Romano d'oriente. Nei primi vent'anni del suo regno Liutprando svolge un'assidua opera di legislazione per aggiornare, interpretare, integrare l'Editto di Rotari, adattandolo alle mutate caratteristiche della società, e nelle proclamazioni preposte ai suoi numerosi editti, oltre che nelle singole disposizioni, formulando una cosciente teoria della regalità cattolica.
Il concetto di peccato entra a fare parte della legislazione, trasformando il reato rotariano - lacerazione della convivenza tra liberi - nella più grave infrazione della legge divina. La religione entra così, a partire da Liutprando, a fare parte della legislazione longobarda, che dovrà addirittura tenere conto dei sinodi e delle deliberazioni tenute a Roma dal papa. Lo stesso corpo politico riceve una nuova qualificazione religiosa: l'esercito di Rotari diventa la "felicissima e cattolica" stirpe dei longobardi. L'ideologia cristiana non arriva a privare il regno della sua specificità e della sua autonomia. L'autorità della chiesa valeva a fornire valori morali e motivazioni ultime, ma accanto a esse agivano anche altre esigenze, sostenute dai nuovi spunti culturali, tra cui una migliore conoscenza della tradizione romana; il regno restava pienamente autonomo nella sua fondazione e nella sua consistenza.
La società longobarda che ci appare dalle modificazioni legislative di Liutprando è molto differente dai tempi di Rotari. Si era ormai cristallizzata l'articolazione in fasce di diverso potenziale economico e diverso prestigio sociale che, come abbiamo accennato, ai tempi di Rotari erano ancora allo stato di latenza. I liberi si distinguevano ora in due categorie, da un lato quella dei minimi, ovvero coloro che non possedevano né terre né case, all'altro estremo della scala sociale vi erano i primi, comprendenti giudici e nobili.
Addirittura le tradizioni decorative germaniche vengono abbandonate e la produzione artistica
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Un gioiello longobardo
nel regno assume un linguaggio affatto analogo a quello contemporaneamente in uso nelle regioni romaniche, Esarcato e Roma, esprimendosi soprattutto nell'arredo delle chiese e nella decorazione plastica di transenne, plutei, cibori. Il nuovo segno caratterizzante diventa il tralcio di vite di tradizione antica, proprio nel repertorio decorativo di tutta l'area mediterranea.
Le città acquistano sempre più importanza, il commercio diventa un'attività economica di grande rilievo determinando così una osmosi tra la cultura longobarda e quella romana e addirittura la legge romana comincia a diffondersi all'interno del regno.
Anche i rapporti con l'individuo cambiano e così Liutprando comincia a proteggere la parte debole della società longobarda: le donne e i non liberi. La donna viene ammessa a succedere al padre e alla madre nella totalità dei beni, quando non vi fossero eredi maschi legittimi, e poi in quote significative anche in presenza di fratelli. Anche ai non liberi venne riconosciuta natura di soggetti giuridici. "Esclusivamente per motivi di misericordia" il re stabilì che la composizione dovuta per l'assassinio di un servo sarebbe stata percepita solo in parte dalla corte cui appartenevano, mentre l'altra parte sarebbe dovuta andare ai parenti, introducendo così una rottura con il passato che vedeva risarcita soltanto la corte di cui il servo ucciso faceva parte. La famiglia dei non liberi acquista poco a poco un carattere simile a quella dei liberi, e sebbene permanessero ancora residui delle consuetudini che consentivano al padrone la disponibilità sessuale della serva, proprio a limitare questi furono volte altre disposizioni del re.
I motivi che inducono Liutprando a difendere la dignità dell'individuo in tutte le condizioni giuridiche discendono dall'ispirazione cristiana. Ma erano le trasformazioni in corso nella società, originate dalle nuove condizioni del vivere, che si imponevano all'attenzione del legislatore e lo costringevano ad inquadrarle in nuove leggi. Eppure, nonostante la riscoperta dell'individuo all'epoca del regno di Liutprando, molte pene venivano addirittura inasprite, la società più libera e ricca si era fatta anche più inquieta e crudele.

La fine del regno longobardoCome spesso succede alla storia degli Stati, ad un periodo di apogeo segue il momento del rapido declino. Dopo la morte del re Liutprando nel 744 seguiranno i tre decenni che porteranno lentamente ma inesorabilmente alla fine del regno longobardo. Ratchis, il re usurpatore del figlio di Liutprando Ildeprando, gestisce in modo paranoico il potere a lui attribuito. La mancanza di carisma e la mancanza di legittimità però gli rendono molto difficili le cose e così la giustizia, vanto dei re longobardi, viene gestita in modo sempre più arbitrario, il consenso dell'esercito, fondamento del potere regio, gli era sempre meno garantita e i disordini dovuti a sperequazioni sociali sempre più profonde, aumentavano di giorno in giorno.
In tutto questo sfacelo Ratchis cerca di trovare il consenso trai i romanici che costituivano ancora la maggioranza della popolazione. Occorre ricordare infatti che il problema della separazione tra romanici e longobardi non era ancora stato risolto e forse il tempo non era del tutto sufficiente per risolverlo. L'opposizione all'interno della gerarchia conservatrice era forte, Ratchis aveva sposato una nobildonna romanica, Tassia, la quale influenza in modo abbastanza forte la sua politica. Nel 749 Ratchis sarà sostituito dal fratello e, costretto all'esilio a Roma, si farà monaco, lui, sua moglie e sua figlia. Astolfo, il suo successore, riuscirà a ridare il prestigio perduto della corona, da subito riorganizza l'esercito e già nel 750 comincia la conquista dei territori dell'esarcato bizantino in Italia arrivando fino alle porte di Roma.
A partire dal 751 inizierà uno scontro che sarà determinante per la storia dell'Italia e di tutta l'Europa. La vittoria dei longobardi su Roma, con conseguente assoggettamento del papa ai voleri longobardi, avrebbe indebolito fortemente il potere dei franchi legati al papa, i quali, quindi, non avrebbero mai potuto permettere via libera ad Astolfo verso Roma, soprattutto perché Pipino, il re dei franchi, era ben conscio della volontà di Astolfo di appoggiare un colpo di stato da parte del fratellastro.
Nel 753 il papa Stefano II decide di intraprendere un viaggio verso Pavia per trattare con Astolfo e, vedendolo irremovibile sulle sue posizioni, proseguirà ancora più a nord verso i franchi accrescendo così la distanza tra il mondo orientale bizantino, ancora non completamente distaccato da Roma e dall'Italia, e il mondo nordico europeo. Il 6 gennaio 754 il papa Stefano II e Pipino stringono un accordo che impegnava i franchi a intervenire in Italia in aiuto del beato Pietro.
La vicenda si arricchisce di particolari inquietanti, in quanto Carlomanno, fratellastro di Pipino, diventa il principale oppositore di Pipino che si vedrà costretto, per paura di perdere il potere, di rinchiudere in un monastero Carlomanno, dove morirà dopo pochi giorni, si dirà, per una malattia. La strada verso il regno longobardo era così definitivamente aperta e nel 754 Pipino infligge una severa sconfitta ad Astolfo alla quale ne seguirono altre due. Astolfo dovrà cedere Ravenna e i territori dell'esarcato al papa e pagare un tributo annuo ai franchi in segno di inferiorità. Il vero vincitore era il papa, il quale, senza neppure dovere combattere, aveva allargato il suo potere che da allora cominciava a diventare oltre che spirituale anche temporale.
Nel 756 Astolfo muore e gli succede, grazie all'aiuto del papa e di Pipino, Desiderio, il quale, per garantirsi il trono, promette di rispettare i trattati di pace. Contro a tutte le previsioni Desiderio riesce invece a ingrandire il suo potere e a portare fuori dalle gravi difficoltà in cui versava il suo regno. Quando nel 769 muore Pipino, il regno dei franchi viene travolto da lotte fratricide per la successione e così Desiderio può farsi protettore del papa al posto dei franchi. Il potere longobardo trovava un suo effimero momento di gloria, ma la fine era davvero alle porte. In soli due anni, tra il 771 e il 772, sarebbero morte due figure chiave: Carlomanno (figlio di Pipino), a cui gli succede Carlo (Magno) e il papa Stefano III. Il papa torna ad allearsi con i franchi e, nel 773, Carlo scende in Italia e sconfigge un'altra volta i longobardi giungendo ad assediare la capitale Pavia, che cadrà irrimediabilmente nel 774.

QUANDO I PADANI VIVEVANO SULLE PALAFITTE




Una dinamica comunità dall’impetuoso
sviluppo economico e civile. Il suo territorio
si estendeva oltre le Alpi

di LIONELLO BIANCHI


Una bella e interessante mostra (aperta fino a giugno) allestita sotto il patrocinio del Consiglio d’Europa (nel quadro della campagna europea intitolata "l’età del bronzo, prima età d’oro d’Europa") dal Museo Archeologico Etnologico di Modena e dalla Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna presso il Foro Boario di Modena, ha riportato alla ribalta la più antica civiltà padana, quella delle Terremare, i cui abitanti possono essere a buon diritto considerati i progenitori autentici dei padani odierni, prima dell’arrivo dei Celti (V e IV secolo a. C.) ai quali fa riferimento sovente il leader della Lega Umberto Bossi: nella ricerca delle radici comuni per la Padania bisognerebbe tener conto piuttosto di questa remota civiltà. Si tratta in effetti di una civiltà con vasti e complessi abitati sviluppatisi nell’età del bronzo dalla fine del diciassettesimo al tredicesimo secolo a. C.
Gli insediamenti di queste popolazioni si estendono non solo nella pianura padana e fino all’Umbria ma in tutta Europa. Le terremare erano villaggi di forma quadrangolare, situati generalmente nelle vicinanze di un corso d’acqua, difesi da un terrapieno e da un fossato artificiale spesso di imponenti dimensioni. Le case erano disposte secondo un criterio preordinato e razionale in uno spazio circoscritto che comprendeva anche silos (veri e propri magazzini), pozzi e altre infrastrutture.
Terramara - voce di origine emiliana probabilmente derivata dal termine latino "terra mala" o terra cattiva , come si legge nel Dizionario Enciclopedico Italiano - sta a indicare quei depositi a cumulo di terra grassa e nerastra, costituiti dai resti di estese abitazioni protostoriche. In base alle ricerche effettuate innanzittutto da L. Pigorini e G. Chierici la denominazione veniva riservata ai vasti insediamenti ritrovati nell’Emilia a ovest del Panario e nella Bassa Lombardia. Furono proprio questi due studiosi i primi a rilevare la struttura di questi agglomerati dopo gli scavi di Castellano di Fontanella nel basso Parmense.
IL VILLAGGIO A FORMA DI TRAPEZIO Il villaggio di Castellano apparve di forma trapezoidale, circondato da un argine e da una fossa. Strade formate da argini di terra battuta, misti a pali e fascine dividevano l’interno dell’abitato in insulae rettangolari; alle due vie principali che correvano da Sud a Nord e da est a Ovest si dava rispettivamente il nome di cardine e di decumano perchè nelle terremare si vedeva l’origine del "castrum" romano. Le insulae erano occupate da capanne costruite su impalcature. A est, all’incrocio delle strade principali, si trovava un’area libera, a pianta rettangolare, ribattezzata dagli studiosi con i nomi latini di arce e templum, circondata da una fossa. Lungo l’asse mediano minore un fosso in fondo al quale c’erano cinque pozzetti in cui si trovavano oggetti e utensili di vario tipo e genere. All’esterno doveva essere collocata la necropoli o la zona di cremazione. Oltrechè a Castellazzo di Fontanellato, gli insediamenti più importanti sono stati rinvenuti nella pianura emiliana (Castione dei Marchesi, Montana dell’Orto) e nel basso Veronese, tutti abitati con caratteristiche simili ad analoghi villaggi ritrovati in Lombardia, tutti villaggi formati da capanne e palafitte. Definitivamente tramontate le tesi secondo cui le Terremare furono introdotte da un nuovo popolo come pure l’identificazione dei terramaricoli con i latini, come sostenevano Pigorini, Helbig e Chierici, oppure con i liguri secondo la versione di Bruzio. Pure l’ipotesi del Sergi Pinza secondo cui le terremare fossero accampamenti romani costruiti su precedenti abitazioni dell’età del bronzo non trova un valido fondamento.QUELLE CURIOSE COLLINETTE Nell’Ottocento il termine terremare venne dato a quelle collinette piene di residui organici da cui i contadini estraevano il concime. Ciò prima della scoperta che quelle collinette in realtà erano i resti di antichi abitati. Sono più di duecento i villaggi terramaricoli conosciuti finora (sono in corso ulteriori ricerche e scavi) nella pianura padana, compresa tra l’Adda e l’Adige nella parte settentrionale e tra il Reno e l’Arda nella zona meridionale. Sono trascorsi ormai quasi tre millenni da quella lontana civiltà ma gli insediamenti sono perfettamente riconoscibili. La forma di collinette - molto simili ai tell del Medio Oriente - tradisce la morfologia originaria e si può ricostruire la toponomastica dei villaggi di quell’epoca: esempi tipici quelli citati di Castione, Castellazzo, Montale e Montana. Tuttavia il paesaggio costituito da queste collinette si distingue molto spesso in campagna, benché lo sfruttamento per l’estrazione del concime da parte dei contadini ne abbia distrutto la maggior parte. Ad ogni buon conto, le fotografie aeree identificano chiaramente la presenza di terrapieni e fossati.
Nonostante le trasformazioni della rete idrografica e la deposizione di sedimento alluvionale abbiano in parte cancellato o sepolto il paesaggio dell’età del bronzo, tuttavia si riesce a procedere alla ricostruzione di tali insediamenti e anche alla loro distribuzione e diffusione su vaste porzioni di territorio. Eccezionale la densità di tali abitati; uguagliata solo un millennio più tardi da quella di epoca romana.
TERRAMARICOLI, GENTE D’INIZIATIVA Per quanto riguarda la Padania della prima età del bronzo, va detto che era intensamente ricca di boschi e foreste. Fin dai primordi dell’età del medio bronzo, avviene una colonizzazione via via crescente di ogni parte della pianura. Lo sviluppo piuttosto rapido dei terramaricoli provoca una sempre maggiore necessità di legname. Da qui un processo di deforestazione: le strutture perimetrali delle terremare, le case, i loro interni erano in effetti costruiti con il legno, così come gli utensili e gli strumenti di lavoro. Cambia dunque anche il paesaggio proprio in virtù del disboscamento in seguito al progressivo insediamento terramaricolo: ciò è reso chiaro dalla presenza di pollini di alcune sequenze stratigrafiche. Sul concreto, in regioni come Santa Rosa di Poviglio e Tabina di Magreta le specie arboree non superano più del trenta per cento del totale: c’è in questo periodo una vera e propria deforestazione proprio perché c’è anche l’esigenza di ampliare le colture per poter alimentare i popolosi villaggi dei terramaricoli.ABILISSIMI NELL’USO DEI CANALI A osservare il sistema abitativo delle terremare si può ricavare una prima e anche immediata impressione, cioè che la disposizione si basa essenzialmente su un accurato uso della topografia della pianura fluviale. Ad ogni buon conto i fiumi non vengono utilizzati solo come vie di collegamento, ma sono sfruttati anche per l’alimentazione dei fossati perimetrali nei quali veniva fatta affluire l’acqua, a protezione del villaggio stesso. Esempi caratteristici si hanno negli insediamenti di Castello di Tartano (provincia di Verona) e di Case Cocconi (Reggio Emilia) dove si hanno veri e propri canali artificiali, disposti concentricamente, che completavano la rete per l’adduzione dell’acqua dai corsi d’acqua ai fossati: era in un certo senso una forma sia pure primordiale di parcellizzazione agraria, che la dice lunga sul livello di cultura del lavoro dei campi raggiunto fin da allora.I LORO USI E COSTUMI Solo negli ultimi vent’anni di questo nostro secolo, tuttavia, grazie al progresso degli studi e degli scavi si è giunti alla scoperta che le Terremare erano veri centri abitati e ciò fa sorgere un’epopea che narra della loro esistenza in tutta Europa. La divulgazione della teoria darwiniana (Charles Robert Darwin, 1809-82) circa l’evoluzione della specie rende molto interessante la preistoria anche per quel che riguarda i progressi dell’umanità nell’età del bronzo, proprio in questa civiltà terramaricola. Secondo Luigi Pigorini, uno dei primi studiosi di preistoria italiana, le Terremare avevano dato origine a Roma. "Una teoria questa - sostiene Andrea Cardarelli, direttore del Museo Archeologico-etnologico di Modena e curatore dell’esposizione al Foro Boario insieme a Maria Bernabò Brea e Mauro Cremaschi - che è venuta a demolire quanto veniva ritenuto durante il regno dei Savoia in Italia: che le origini di Roma potessero essere ricercate in una precedente civiltà settentrionale".
D’altronde, quella delle terremare era una civiltà molto sviluppata. Le popolazioni di quell’epoca - stando ai resti archeologici - oltrechè all’agricoltura si dedicavano alla metallurgia, alla ceramica e alla tessitura. Anche il tenore di vita doveva essere elevato proprio in virtù di queste attività e all’intenso commercio basato sugli scambi con popoli confinanti e anche lontani. Anche se attorno a questi terramaricoli c’è tuttora un fitto mistero, mancando fonti scritte, stando a talune notizie pervenute fino ai giorni nostri, sembra che essi abbiano avuto rapporti con gli Egizi e i Fenici e con i Micenei, che portarono qui le loro ceramiche, o addirittura con popoli dell’estremo nord europeo, e precisamente con gli Scandinavi.
GIOIELLI CHE ALIMENTAVANO LEGGENDE Tra i prodotti artigianali vanno menzionate le fibule metalliche a forma di "arco di violino", una forma caratteristica, questa, non priva di fascino che ha alimentato talune leggende. Si sono rinvenuti anche spilloni di bronzo, così pure armi tipo pugnali, coltelli, asce, elmi e corazze. Tutti questi manufatti dimostrano una civiltà evoluta, in cui si possono connotare gruppi di potere all’interno dei villaggi. Insomma, l’organizzazione nei vari agglomerati doveva essere quella di uno stato autonomo sulla base di un’oligarchia che governava la popolazione. Ciascun villaggio era collegato con gli altri attraverso frequenti scambi. D’altronde, come si è già detto, i terramaricoli sviluppavano il commercio svolgendo anche un’opera di mediazione tra il Mediterraneo e l’Europa centrale e settentrionale.
Lamina aurea decorata a sbalzo del
1200 a.C. ritrovata a Borgo Panigale


Ciò è attestato da un materiale che si trova nelle terremare cioè l’ambra, la resina fossile proveniente da foreste del terziario, soprattutto dell’area baltica. L’aspetto lucente dell’ambra, il suo colore dorato e le sue proprietà elettrostatiche non potevano non attrarre la curiosità e l’attenzione fin da un’età molto antica. In Italia l’uso dell’ambra è accertato probabilmente a cominciare dall’età del bronzo. Difatti, perle di ambra si rinvengono anche negli abitati terramaricoli, specialmente nelle necropoli a inumazione del bronzo medio nell’area veneta dove stanno a rappresentare un preciso status symbol nelle sepolture femminili di rango elevato. Ci sono anche materiali vetrosi, pure oggetto di scambi commerciali. Si ritrovano tra i resti delle terremare bottoni conici in faience o pasta vitrea che si può facilmente presumere di produzione locale, databili all’inizio del bronzo medio.
LE LUNGHE MARCE COMMERCIALI In seguito, nella più recente età del bronzo, sono frequenti perle e perline in pasta vitrea di diversa forma, quasi sicuramente, almeno in parte, di importazione. Dell’esistenza di traffici a lunga distanza si ha riprova anche dal reperimento di frammenti di ceramica di tipo miceneo negli insediamenti delle cosiddette Valli Grandi Veronesi, che si possono collocare tra la fine del bronzo recente e l’inizio dell’ultimo bronzo, nel periodo cioè in cui le terremare come civiltà stavano volgendo al termine. Soprattutto frequente nell’Italia meridionale, dove probabilmente veniva prodotta, la ceramica micenea costituisce in ambito padano una preziosa rarità.
Ma non ci sono soltanto tracce di ceramica di tipo miceneo, si sono ritrovati anche frammenti di ceramica di tipo appenninico, ovvero appartenenti all’ambito culturale che si diffonde nell’Italia peninsulare nella fase più evoluta del bronzo medio. Per parecchi di essi si può pensare siano di vere e proprie importazioni, ma per alcune non si può escludere che siano imitazioni locali.
Effettivamente, questi materiali testimoniano di contatti abbastanza frequenti e intensi e di una fitta rete di scambi tra le diverse comunità dell’età del bronzo italiana. A una diffusione di modelli formali e di influenze culturali è legata la presenza imponente di fogge di tipo subappenninico; l’aspetto culturale presente in Italia centromeridionale nel bronzo recente si ritrova con una certa assiduità nella zona orientale delle terremare.
LE BILANCE CON I PESI DI PIETRA L’uso della bilancia da parte dei terramaricoli è documentato dalla scoperta di pesi in pietra con tanto di valori ponderali. Ciò sta anche a confermare l’importanza assunta dai traffici e dagli scambi. Questi pesi attestano altresì l’esistenza di un complesso sistema presente oltre che in area padana anche in Egeo e in altre zone d’Italia e d’Europa. Un mondo quello delle terremare pertanto ricco e nient’affatto primitivo. Dovevano esistere anche personaggi in grado di dialogare e di trattare sul piano economico con le culture di altri paesi mediante un codice di riferimento costituito da un similare sistema ponderale. I terramaricoli non erano solo un popolo di agricoltori e artigiani collegati tra loro, ma anche un popolo di commercianti. Purtroppo mancano documenti che illustrino figure di spicco, ma queste non devono essere mancate. Quello delle terremare del resto sembra essere stato un periodo interessante per il circuito di idee, mode oltre che rapporti commerciali in tutta Europa. Si può benissimo immaginare un via vai di mercanti che affrontano le vie fluviali, terrestri e marine per spostarsi da un paese all’altro. Proprio in quest’età del bronzo si può cominciare a parlare di una vera e propria civiltà continentale, da Nord a Sud: tante sono le relazioni intrecciatesi tra genti più o meno lontane.
Ormai la domanda di oggetti e manufatti in metallo o in materiale vetroso al termine del bronzo medio e nel bronzo recente appare molto elevata; c’è quindi l’esigenza di provvedere al costante approvvigionamento di alcune materie prime da scambiare con prodotti finiti o con altre materie prime.
A CACCIA DI MATERIE PRIME E’ vero altresì che i pesi per bilancia vengono realizzati in pietre che provengono generalmente da zone e da regioni molto lontane da quelle di ritrovamento. Vari tipi di marmo, ma anche alabastro, barite e porfido. Pietre di provenienza alloctona venivano impiegate inoltre anche per la costruzione di oggetti di uso quotidiano, quali macine e pestelli, che erano ricavati preferibilmente da rocce sedimentate e metamorfiche, che non si trovavano certamente in pianura se non in quantità irrilevante. Ecco così che per procurarsele si doveva ricorrere agli affioramenti della zona preapenninica, della val d’Adige e delle colline moreniche gardesane. Anche le conchiglie marine che si ritrovano numerose nelle terremare e dovevano servire come ornamenti, arrivavano presumibilmente dal litorale adriatico e da quello tosco ligure, ma forse anche da affioramenti fossili di età plio-pleistocenica delle fasce collinari emiliane. Dunque, si può facilmente immaginare che anche queste fossero oggetto di scambio tra le comunità.
Una riprova che l’età del bronzo è stata un’epoca di intensa circolazione di materie prime e di persone che ha favorito il divulgarsi, non solo di modelli e di prodotti, ma anche di idee e di riti religiosi. Tale accelerazione che portò l’Europa a un livello di contatti mai raggiunto fino ad allora è stata determinata dall’esigenza di reperire materie prime necessarie per la produzione metallurgica ma ha indotto anche a scambi di prodotti a breve, media e lunga distanza. Si è visto che i manufatti oggetto di scambi erano di materiale pregiato, oro, faience o pasta vitrea e ambra: un evidente segno che a volerseli procurare erano esponenti delle élites di queste comunità, quasi per stabilire una differenza con il resto della popolazione sfoggiando ed esibendo tali oggetti di valore.
PALAFITTE ANCHE SULL’ASCIUTTO Non solo utensili semplici, ma arredi lussuosi devono esserci stati nelle abitazioni di questi villaggi terramaricoli, le cui strutture attrassero fin dall’inizio l’attenzione di studiosi che proposero varie ipotesi ricostruttive e studi che, dopo oltre un secolo di ricerche e di scavi, hanno trovato la loro fondatezza.
Il modello proposto dagli studiosi dell’Ottocento indicava l’esistenza di palafitte sospese sull’acqua ma anche sull’asciutto, circondate da un argine o terrapieno e da un fossato. Effettivamente, dagli scavi più recenti e dalle fotografie aeree si è constatata l’esistenza nelle terremare di un fossato e di un terrapieno perimetrali. Ad ogni buon conto non tutti i terrapieni sono contemporanei alla nascita dei villaggi, ma sono di un periodo successivo. Quanto alle palafitte, in diversi casi esistono ma sono impiantate anche sul terreno asciutto. Lo si deduce dal fatto che si rilevano negli scavi le buche dei pali di supporto della piattaforma lignea che sorreggeva le abitazioni e cumuli di cenere caduta dal pavimento delle abitazioni attraverso botole dislocate sulla piattaforma, nella zona in cui doveva trovarsi il focolare, costituito per lo più da una piastra d’argilla indurita nel fuoco. Insieme alle palafitte ci sono anche costruzioni impostate direttamente sul terreno con un pavimento di terra battuta parzialmente cotta. In certi villaggi come quelli di Santa Rosa di Poviglio (Reggio Emilia) e Montale, questo tipo lo si trova nella fase più tarda: ma queste abitazioni potevano coesistere, come si attesta a Muraiola (Verona) dove sono venuti alle luce gli esempi migliori.
I villaggi terramaricoli venivano organizzati secondo una pianta tendenzialmente ortogonale. E’ un modello questo adottato dagli insediamenti palafitticoli ampiamente diffuso in tutta l’Europa protostorica. Complessi i depositi archeologici delle terremare come si rileva da un calco di un suolo del villaggio grande di S. Rosa di Poviglio su cui si riconoscono un cumulo di cenere di forma conica dovuto agli scarichi caduti dalla soprastante abitazione e vari resti gettati dalla piattaforma. Ancora più complesse le stratificazioni archeologiche delle terremare di Vicofertile (Parma) e Montale.

In un'analisi storica, le ragioni dell'ondata autonomistica che oggi sta mettendo in discussione l'unità nazionale


Il problema della secessione sollevato da Bossi ha dato all'Italia, paese emotivo e quindi incapace di analizzare pragmaticamente i problemi politici, sociali ed economici, un nuovo motivo di lite. Sul tema non si discute, ci si accapiglia, si viene alle mani, si agitano i servizi segreti, i "patrioti" mettono in scena la rappresentazione di un'Italia passata al tritatutto, i "secessionisti" vedono nello strappo la soluzione di tutti i mali. Ragionamenti e controragionamenti hanno la solita impostazione infantil-viscerale a causa della quale l'elettorato italiano va al voto con idee chiarissimamente confuse. Sul problema della secessione queste idee sono ancora più nebulose. Per contribuire a chiarirle pubblichiamo questa intervista al professor Ettore A. Albertoni, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche e delle istituzioni, autore di "Il federalismo nel pensiero politico e nelle istituzioni", testo notevole, anche dal punto di vista storico, per conoscere e capire un tema del quale molto si chiacchiera ma poco si conosce.

a cura di ALESSANDRO STORTI

Professor Albertoni, da qualche mese i politici dei partiti centralisti hanno iniziato una preconcetta opera di "demolizione comunicativa" che ha per oggetto la Padania: il sociologo Ilvo Diamanti continua a ripetere, nei suoi interventi su il Sole 24 Ore che "la Padania é un'invenzione di Bossi"; il parlamentare ulivista Furio Colombo ha detto in aula "La Padania non esiste!"; ultimi in ordine di tempo i Presidenti di Camera e Senato, Luciano Violante e Nicola Mancino, hanno ufficialmente bandito il termine "Padania" dai verbali delle sedute, vietandone la trascrizione.
Tuttavia risulta evidente che tali interventi sono la dimostrazione di una tremenda paura da parte dello Stato verso le istanze di libertá e di identitá della nostra terra, una paura malamente dissimulata dai tentativi di minimizzare il fenomeno. Secondo lei la Padania é una realtá virtuale o storicamente esistente?


ALBERTONI: "Innanzitutto bisogna partire da una considerazione storica ovvia. I popoli padani e alpini che sono collocati territorialmente nelle attuali Regioni Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Veneto e, in parte, Marche da secoli costituiscono, pur con le innegabili diversitá esistenti, una comunitá naturale fondata su un condiviso patrimonio di valori e di cultura. In secondo luogo é certo che l'analisi economica e sociale piú aggiornata ed attendibile ha da tempo individuato nella mappa delle "regioni economiche d'Europa" una ben esistente e reale Padania (come si evince infatti dallo studio della Fondazione Agnelli pubblicato nel 1992 e significativamente intitolato "La Padania, una regione italiana in Europa"). La Padania, quindi, esiste eccome!


Va anche ricordato che alcune Regioni del Centro-Nord sin dalla metá degli anni '70, come ha dichiarato pubblicamente e recentemente Guido Fanti, diedero vita ad iniziative di studio e di approfondimento proprio di quella precisa e vivente realtá che é la Padania. E' piuttosto singolare che si voglia affrontare oggi il federalismo che é, per una parte considerevole, problema territoriale, negando validitá ad una posizione come quella della Lega Nord, che ha il merito di reintrodurre nel dibattito sulla riforma costituzionale (sia in ambito italiano che europeo), il tema della Padania; tema che é, stranamente, considerato valido ed elogiato solo se studiato da Fondazioni legate al potere economico o da politici ed amministratori emiliani appartenenti all'ex partito comunista. Occorre, perció, parlare sempre di piú di Padania perché é un modo assai pragmatico, democratico e coinvolgente di affrontare il presente e il futuro".


In tutti i casi di indipendenza acquisita da noi esaminati, una delle ragioni principali della lotta per l'autogoverno é stata quella della provenienza territoriale prevalente dei dipendenti pubblici da una sola area dello Stato. Che significato istituzionale ha questa motivazione centrale e così importante e quali considerazioni si possono fare sul caso padano?
ALBERTONI: "Il problema della burocrazia é cruciale, in particolare nel nostro caso. Nello Stato Italiano vi sono circa 4/5 milioni di funzionari pubblici (non si sa bene neppure quanti) e si parla di oltre 200 mila leggi. Questa pesantissima realtá burocratica e normativa blocca un processo che parte dal basso, perché alla base territoriale e sociale non ci sono forze adeguate per poter avviare processi di cambiamento incisivo: la struttura statale é enorme, pachidermica e fondata sull'esasperazione predatoria del fiscalismo rapace dello Stato centralista. Ecco dunque che nasce la necessitá urgente di avere dei nuovi quadri concettuali ed operativi di riferimento (e in questo caso la Padania é un quadro di riferimento molto importante) per una significativa azione. Non possiamo, infatti, pensare a microsoggetti istituzionali e a microentitá giuridico-politiche. Nel processo di federalizzazione "per separazione" proposto dalla Lega Nord vi devono essere delle strutture autosufficienti a tutti i livelli (partendo dai comuni, passando attraverso le associazioni di comuni, o ex province, e le regioni economiche), fino ad arrivare all'Europa, in una dinamica che deve comunque partire dal basso, dalla base naturale che sono i popoli con i loro bisogni, interessi ed ideali. E' evidente quindi che il problema delle burocrazie non territoriali ma reclutate altrove genera enormi scompensi a danno di tutti.
"Nel caso italiano il problema non é tanto quello di una semplice dualitá fra Nord e Sud, ma piuttosto quello di una differenziazione fra le diverse grandi aree che compongono lo Stato (aree insulari, area padana, area toscana, ecc., ciascuna con proprie caratteristiche). L'elemento paradossalmente unificante I'attuale Repubblica centralista, uniformatrice e, tendenzialmente, illiberale ed autoritaria (nel senso dell'autoritarismo poliziesco), é una classe politica che ha ormai un peso sempre piú ridotto e una burocrazia che ne ha uno sempre maggiore. La classe politica conta sempre meno ed é diventata istericamente e acriticamente "unitaria"; l'appello a Silvio Pellico é dichiarazione d'impotenza. La burocrazia poi ha due strati: da un lato i "peones", che provengono prevalentemente dal Sud, dove si é sviluppata come naturale sbocco lavorativo una classe di funz"ionari di bassa qualifica, di scarso peso, ma di grande fedeltá centralista; dall'altro il grande "generone alto-burocratico romano", che é il vero problema della democrazia italiana. Quest'ultimo strato ha un peso specifico enorme a livello di direzioni generali di ministeri, di alti comandi, di strutture tecnico-amministrative, bancarie e, soprattutto, dell'economia diretta dallo Stato. Esso costituisce l'elemento cementificatore piú consistente della nostra fatiscente ed arcaica organizzazione pubblica.
L'attuale squilibrio territoriale si é sempre basato sul vecchio principio "al Nord gli affari, e a tutto il resto d'Italia, Sud e Roma cioé, la Pubblica Amministrazione". Cosi oggi é pacifico che la Padania si trovi in una condizione di inferioritá, direi senz'altro di tipo coloniale. Certo la Padania, popoli ed élites, ha le sue responsabilitá, poiché ha abdicato completamente alla guida della Repubblica per anni, pensando che fosse sufficiente sviluppare la propria vocazione economica, imprenditoriale e commerciale e che tutto il resto sarebbe automaticamente seguito. Anche la politica ha comunque una grandissima colpa, perché non é mai stato affrontato seriamente (diversamente da altri Paesi) il tema della cultura della Pubblica Amministrazione, che dovrebbe oggi piú che mai basarsi sui risultati, l'efficienza e la responsabilitá nei confronti dei cittadini. In ogni caso anche il problema del "corpo burocratico" dello Stato va letto in una nuova ottica; é necessario ragionare in termini di precisa localizzazione ambientale e territoriale (guardando alla dimensione padana, sarda, siciliana, ecc.) e di contesto europeo. A identitá precise e consapevoli di popoli, territori ed istituzioni deve corrispondere un funzionariato adeguato ed in sintonia".


Nella sua risposta ha accennato al "federalismo per separazione". Giá in altri interventi scientifici e culturali ha avuto modo di sviluppare questo concetto; che cosa intende esattamente con tale espressione? E come si concilia il suddetto percorso giuridico e politico con il diritto di secessione e il principio di autodeterminazione?
ALBERTONI: "Per poter capire appieno il significato dell'espressione "federalismo per separazione" é prima indispensabile analizzare storicamente e comparativamente i diversi fenomeni di federalizzazione. In passato il federalismo é sempre stato una formula di unione; gli esempi al riguardo sono evidenti. Il caso peculiare dell'epoca moderna é quello delle 13 colonie dell'America del Nord di lingua inglese che diventano 13 Stati, si confederano tra loro e poi danno vita ad una federazione (e pluribus unum). Anche la vicenda della Svizzera é significativa, poiché fino al 1848 ebbe un assetto altamente confederativo, e successivamente passó ad una pur moderata centralizzazione federalistica dei poteri. Sono esperienze queste di "federalismo per aggregazione", cioé formule politico-istituzionali che portano alla sintesi di quel ricordato principio tipico americano che dice "e pluribus unum".
"Oggi peró i processi di federalizzazione non sono piú improntati al raggiungimento di una unitá e omogeneitá sedicente "nazionale"; al contrario essi si basano sulla tutela e sulla coesistenza delle diversitá ("ex uno plures"). Le radici di questa inversione di tendenza si possono cogliere giá nella nascita dello Stato tedesco del secondo dopoguerra. La Germania del 1949 era un paese lacerato per gli eventi della seconda guerra mondiale e che usciva dalla esperienza totalitaria e centralista in massimo grado del nazismo; il nuovo Stato non elaboró una costituzione federale ma una legge suprema, il Grundgesetz (peraltro mai accettata dal Land piú grande, la Baviera), che incominció a separare tra loro delle entitá istituzionali reali che erano state concentrate coattivamente nella struttura monolitica e statuale del nazionalsocialismo: la logica dei Lander si contrappose palesemente al principio nazional-centralista:
"Un Führer, un Reich, un popolo". E' altrettanto importante il recente caso della federalizzazione belga, frutto di un lavoro progettuale durato oltre 20 anni, che ha prodotto una divisione netta fra le due aree etnico-linguistiche, con l'organizzazione ordinata in cinque livelli di potere istituzionale retto dalla sussidiarietá.
Questi nuovi processi istituzionali dimostrano che, piú si procede verso quella che io chiamo la "societá plurale", la "societá multipla", dove il grado di complessitá sociale aumenta, piú i passaggi di separazione, delimitazione e nuova articolazione territoriale dei poteri di governo e gestione si fanno complessi, difficili e non schematizzabili "a priori". D'altronde l'elemento determinante nella destrutturazione degli Stati nazionali é stata ed é l'Europa. L'unione continentale rappresenta un momento di profonda svolta nella concezione giuridica e politica dei rapporti fra individui e comunitá. Infatti appare ormai chiaro che l'Europa sta nascendo come aggregazione non di realtá statuali classiche, ma di entitá in cui, su una storia comune, una geografia e una economia accomunanti, uno scambio culturale e sociale continuo, si inseriscono dei processi di alto sviluppo socio-economico e di nuove integrazioni, tali da generare, come giá avviene, la nascita di veri e propri soggetti istituzionali (come la Padania, la Catalogna, la regione Rhones-Alpes, il Baden-Wurttemberg e altre).
"In questo quadro dunque si puó piú che legittimamente parlare di "federalismo per separazione", e cioé di un percorso che afferma come prioritaria e preliminare per la costruzione federale l'autonomia e l'identitá delle comunitá che dovranno, successivamente, federarsi in una prospettiva che, peró, non é piú quella dello Stato-nazione ma dell'Europa-continente. Si tratta di una strada che ha al tempo stesso un notevole valore di innovazione nei processi riaggregativi in ambito italiano ed europeo, e che si basa sul principio internazionalmente riconosciuto dell'autodeterminazione dei popoli. La fase che stiamo vivendo presenta quindi caratteristiche di novitá assolute rispetto al passato, soprattutto per i fenomeni di mutamento che sono velocissimi e in corso nelle strutture economiche e sociali. Abbiamo la stupefacente possibilitá di assistere ad una globalizzazione dei rapporti umani che procede su due gradi: da un lato la ricordata integrazione fra territori, al di lá delle frontiere statuali classiche, fondata sullo scambio e sui rapporti culturali e commerciali; dall'altro l'impoverimento del concetto portante degli Stati nazionali, cioé la caduta della sovranitá. Se combiniamo assieme questi due fattori di libertá e di identitá otteniamo appunto come risultato politico-istituzionale quello che io chiamo "federalismo per separazione". Esso comporta anzitutto una scomposizione degli Stati nazionali tradizionali e contemporaneamente una riaggregazione regionale a livello europeo e, auspicabilmente, in futuro, mondiale. Questo processo, a mio parere, coinvolge pienamente la Padania, che ora deve solo assumere coscienza del suo ruolo e della sua forza".


Lo scenario che ha disegnato si basa, come detto, sul declino dello Stato nazionale cosi come lo abbiamo conosciuto. Ma con la fine degli Stati di ispirazione filosofica giacobina vengono messi in discussione soprattutto i concetti di sovranitá e di nazione, fulcro dell'ideologia nazionalista che ha causato circa 100 milioni di morti nelle grandi guerre europee e mondiali. Come vede il passaggio al mondo nuovo?
ALBERTONI: "Lo Stato, cosi come si é formato e si é sviluppato dal '500 in poi, ha avuto come suo connotato essenziale la sovranitá, sempre piú invadente e ramificata del potere pubblico. I dati propri della sovranitá sono la legislazione uniformante e centralizzante, la forza armata, la moneta, il mercato diretto e chiuso, la burocrazia. Le sovranitá nazionali, dopo la seconda guerra mondiale, si sono ridotte notevolmente, perché con il Patto Atlantico ( 1949) é stata limitata completamente la sovranitá dal punto di vista militare; lo sviluppo delle istituzioni comunitarie ha diminuito i poteri dei singoli governi, cosi come ha fatto la creazione di un mercato prima comune e poi unico. Il colpo finale verrá tra breve dalla moneta europea. Perció quando Umberto Bossi parla di doppia legalitá dice una cosa vera, perché se é innegabile l'esistenza della legalitá dello Stato Italiano, é altrettanto certo che i processi di aggregazione europea sono tali per cui le dinamiche sociali, economiche e culturali portano a cercare altre e ben diverse dimensioni istituzionali. La Padania é, quindi, molto piú di un'ipotesi politica, é una via di salvezza al disastro italico.
Tengo molto a sottolineare questo aspetto spontaneistico e volontaristico perché, secondo me, la visione puramente normativa di un secessionismo, ma anche di un "federalismo per separazione", che si cerca in ogni modo di giustificare con le leggi non é sempre applicabile. Puó avere un senso in casi come quello della ex Cecoslovacchia o, forse in futuro, del Belgio, dove si hanno situazioni fortemente duali; in societá invece come la nostra, di tipo molto articolato e complesso, i procedimenti di separazione seguono vie che prescindono dal giá conosciuto. Occorre perció che si individuino mezzi e procedure efficaci e democratici al riguardo anche per il rapporto Padania-Europa.
Venendo alla "nazione", bisogna dire che si tratta di un concetto in termini giuridico-politici fortemente datato, elaborato a partire dalla Rivoluzione Francese e sviluppatosi soprattutto nell'Ottocento. Si tratta di una autentica invenzione, di una ideologia molto coinvolgente ed emotiva per tenere insieme le parti e gli interessi spesso eterogenei dello Stato. Questo é un elemento importantissimo, perché la crisi seguita alla esasperazione nazionalista sia del nazifascismo che del comunismo sovietico porta oggi a fare considerazioni ben precise; assistiamo infatti a.l declino di quelle strutture (gli Stati), che avrebbero dovuto contenere le nazioni, e che invece non sono piú in grado di rispondere alla nuova dialettica economica, sociale e culturale che investe ormai le nazioni stesse. Basta guardare alla realtá italica: circa 5 milioni di imprese economiche, che corrispondono ad un rapporto di una impresa ogni dieci-undici abitanti, formano un tessuto sociale impossibile da controllare da parte di uno Stato nazionale centralista ed omologante classicamente inteso, e da noi purtroppo ancora dominante. Le imprese economiche in un mercato chiuso vivono e muoiono d'autarchia, mentre in un mercato europeo unico e aperto, con rapporti globali con il resto del pianeta, hanno una possibilitá di moltiplicazione e insediamento che prescinde completamente dalla logica delle frontiere. E' questa l'autentica ed inedita frontiera delle "regioni economiche" che non corrisponde ormai piú a quella degli Stati nazionali. In questo senso io vedo una federalizzazione che é lontana dal provincialismo italico e che é, invece, prima di tutto europea. In questo ambito gli Stati devono chiudere la loro esperienza di tipo nazionale (e quindi tendenzialmente sempre centralistica), e devono ricomporsi in un processo che vede come protagoniste nuove entitá e nuove aggregazioni. Le regioni economiche sono e sempre piú saranno i soggetti attivi della nuova frontiera del federalismo interno ed europeo, poiché esse seguono l'indicazione naturale dell'economia e dello sviluppo, di una nuova ed inedita cultura civile, di un'etica individuale e comunitaria assai profonda. Certamente si tratta di un processo piuttosto complesso dal punto di vista giuridico, perché parte dal basso ed é attraversato da una forte dinamica revisionistica delle strutture esistenti. Ma é il solo processo vitale perché l'Europa effettivamente viva e noi con lei".

venerdì 30 settembre 2011

Mi piacerebbe far arrivare un messaggio alla Piazza di Parma !!


Guarda caso le inchieste che riguardano personaggi del o legati ai partiti di sinistra (vedi fratello di Errani, il figlio di DiPietro o tutto quello che sta saltando fuori su Penati ecc..) non trovano mai risalto, vengono minimizzate e a breve spariscono dalla circolazione!!!! E quanti esempi si potrebbero portare  anche del passato !!!!! Ora che il risultato a Parma è stato ottenuto probabilmente l'inchiesta rallenterà per non dover andare a scavare troppo, con il pericolo che qualcuno parli e metta in difficoltà il burattinaio. Bernini se ne starà buono buono  in galera senza parlare, aspettando di essere ricompensato in futuro per il suo silenzio.
Ora a Parma il Pd esulta sul caso Parma con frasi del tipo "Parma liberata !! " Liberata da cosa !? Forse qualcuno potrà credere che il PD li salverà; Parma rinascerà; che il male è stato sconfitto. 
Illusi !!

Il PD è un sistema di potere analogo e alternativo al PDL. Per fare solo un esempio chi si aspetta uno stop alla cementificazione rimarrà deluso. Per non entrare in argomenti tipo inceneritore ecc.....
Mi piacerebbe fare arrivare un messaggio di avvertimento agli "indignados della piazza": a conferma degli interventi del capogruppo PD Pagliari (ieri sera ad  molto pacati e sereni), state attenti alla sinistra! Non solo non potrà risolvere  i problemi della città, ma soprattutto è realmente corresponsabile della situazione attuale, ricordando la pesantissima influenza che ha sempre avuto sui poteri forti e nelle attività imprenditoriali e sociali.

Il pensiero verde

giovedì 29 settembre 2011

Bozza Calderoli, iter d'urgenza per le riforme costituzionali


Il testo prevede il dimezzamento dei parlamentari e la nascita del Senato federale
Approderà in Senato la prossima settimana. Lo ha detto lo stesso ministro nell'Aula di palazzo Madama affermando che, "al di là dei tempi necessari per la firma" da parte del Quirinale, il testo arriverà "al massimo l'inizio della settimana prossima".
"Il 22 luglio - ha detto il ministro - il governo ha approvato la riforma complessiva della Costituzione e il 14 settembre ne ha dichiarato l'urgenza. Proprio nella giornata di lunedì ho riferito al presidente della Repubblica i contenuti di quella riforma, rispetto anche agli aggiornamenti che si erano svolti nel corso del tempo e, al di là delle sue prerogative e dei tempi necessari per la firma, ritengo che ragionevolmente per il fine settimana o al massimo l'inizio della settimana prossima la proposta venga assegnata. 
Il ddl Calderoli, che prevede, tra l'altro, il taglio del numero dei parlamentari, approderà in Senato la prossima settimana. Lo ha detto lo stesso ministro nell'Aula di palazzo Madama affermando che, "al di là dei tempi necessari per la firma" da parte del Quirinale, il testo arriverà "al massimo l'inizio della settimana prossima".
"Il 22 luglio - ha detto il ministro - il governo ha approvato la riforma complessiva della Costituzione e il 14 settembre ne ha dichiarato l'urgenza. Proprio nella giornata di lunedì ho riferito al presidente della Repubblica i contenuti di quella riforma, rispetto anche agli aggiornamenti che si erano svolti nel corso del tempo e, al di là delle sue prerogative e dei tempi necessari per la firma, ritengo che ragionevolmente per il fine settimana o al massimo l'inizio della settimana prossima la proposta venga assegnata. 


Il pensiero verde

Salta a Parma il Consiglio Comunale di oggi, ieri sera attorno alle 21,00 Vignali si è dimesso.

Dopo una lunga giornata di frenetiche telefonate ai consiglieri, vertici e incontri, il sindaco si arrende e dice addio: "Ce l'ho messa tutta, mi dimetto per ridare serenità alla città. Non sono indagato". 
Intanto viene confermato il rientro dei milioni di euro della metro. 

lunedì 26 settembre 2011

Nuove scosse di terremoto a Parma.



Quattro arresti della Finanza: c'è anche l'assessore Bernini - Mazzette per gli appalti sulla ristorazione scolastica.






















Quattro arresti all'alba - Nuovi clamorosi colpi di scena nell'inchiesta sulla corruzione.
La Guardia di Finanza ha effettuato all'alba 4 nuovi arresti. Ed è ormai confermata la voce che fra gli arrestati ci sia anche un assessore della giunta comunale: si tratterebbe di Giovanni Paolo Bernini. E sarebbero in corso perquisizioni in Municipio.
Sembra siano finiti in manette anche uno stretto collaboratore dell'assessore (Paolo Signorini, nella foto sotto) e due imprenditori: Mauro Tarana (dirigente Copra Piacenza) e Antonio Martelli, parmigiano. Bernini è in carcere a Forlì, Signorini a Rimini, Tarana a Bologna; Martelli è agli arresti domiciliari.


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Quando i nodi vengono al pettine !!


Holding Stt, Buzzi risponde a Zorandi: “Non c’è nulla di vero”.

Dopo le accuse del segretario della Lega Nord, Andrea Zorandi, oggi è arrivata la piccante risposta del vice sindaco Paolo Buzzi. Al centro del botta risposta la holding del comune Stt. un argomento che prima dell'estate aveva scatenato feroci polemiche tra maggioranza e opposizione. "“Diventa difficile capire da dove il segretario della Lega Zorandi abbia tirato fuori che Stt sia in procinto di comprare la sede in cui oggi è in affitto. Non c’è nulla di vero. Zorandi dovrebbe spiegare quali sono le sue fonti o almeno perché non ne verifica l’attendibilità, altrimenti saremo costretti a pensare che si inventi le notizie per finire sui giornali".
Buzzi continua la polemica: "Rispetto alla situazione finanziaria di Stt, Zorandi non ha ancora capito cosa sono e a cosa servono le Stu: la loro mission è realizzare opere pubbliche, costruire interi quartieri, come fanno ad essere in attivo? Una situazione debitoria è fisiologica per le Stu e prevista dalla legge. E quando società di rating internazionale come Standard & Poor’s definiscono stabile e promuovono la situazione finanziaria di Stt, che figura ci fa Zorandi con il suo pallottoliere e le sue bufale da vecchia politica?”.



"QUESTO CIO' CHE RISPONDEVA IL VICE SINDACO BUZZI ALLE ACCUSE DEL SEGRETARIO DELLA LEGA NORD DI PARMA."


"E QUESTI SOLO ALCUNI ESEMPI RECENTI SULLA REALE SITUAZIONE ATTUALE STT .


"SAREBBE INTERESSANTE CHIEDERGLI ORA UN'ALTRO COMMENTO !!!!!!!"




"Comune, scandali e malumori. Il futuro resta appeso ad un filo."

I debiti del Comune e delle sue holding, le cattive gestioni delle società partecipate, il caso Bonsu, le tangenti verdi, la metropolitana, l’inceneritore e ora la nuova ondata di arresti che ha coinvolto anche il comandante della polizia municipale Giovanni Maria Jacobazzi (nella foto). E’ un calderone che bolle. Gli undici arresti di questa mattina, con conseguenti perquisizioni al Comune, al Duc e negli uffici della polizia municipale, suonano come un terremoto. L’ennesima scossa all’amministrazione comunale che ora vacilla pericolosamente. Ma anche ulteriore fango sul corpo della polizia municipale, questa volta per colpa del suo comandante. Una situazione insostenibile, ripetono da diverso tempo i partiti dell’opposizione, ma anche le varie associazioni di cittadini.
Ancora una volta Parma finisce sulle prime pagine dei giornali e delle tv nazionali, travolta da un nuovo scandalo, forse quello decisivo per le sorti di Vignali e soci. La fine della legislatura è prevista per il prossimo anno (2012), ma il futuro imminente resta avvolto nell’incertezza e solo la riunione della maggioranza, prevista per il pomeriggio, potrà fare luce su una vicenda inquientante. Assessori e consiglieri vicini al sindaco Vignali hanno la bocca cucita, ma i malumori sono evidenti. In questo momento l’unica certezza è che Parma torna al centro degli scandali. Quanto sono lontani i tempi dell’isola felice!




"Stt, Varazzani si rivolge alle banche: “Serve un finanziamento da 43 milioni”


La situazione finanziaria della holdin Stt è disastrosa, non è una novità. Come non è una novità l’intervento delle banche per salvare la holding comunale ricoperta da milioni di debiti. “Dalle banche servono 43 miliopni di euro” ha spiegato il presidente di Stt Massimo Varazzani, durante la commissione consiliare di questo pomeriggio in Comune. Un concetto già ribadito in altre occasioni, così come il probabile avvio di azioni di responsabilità contro l’ex presidente Andrea Costa. “Azioni di responsabilità altrimenti mi dimetto” ha tuonato il numero uno di Stt.
“La situazione è migliorata dopo il conferimento delle azioni di Iren, ma stiamo trattando con le banche per dilazionare i debiti e per ottenere un nuovo prestito di 43 milioni. Somma indispensabile – conclude Varazzani – per completare le opere pubbliche già programmate”. Argomenti che infiammeranno ancora di più le polemiche dell’opposizione, come avvenuto oggi durante la commissione consiliare.





" unpensieroverdeperparma"

"Il mistero svelato" di Cesare Piazza


IL MISTERO SVELATO

Ciao a tutti J

Leggete qui sotto: vi ricordate la vicenda delle tre supporter di Vignali?

Bene…..leggete la parte evidenziata in giallo e poi andate alla pagina successiva del documento ….et voilà…. svelato il mistero !!!!

Direi che ulteriori commenti siano assolutamente inutili !!!

Un saluto a tutti….. meno che a manfredi

Le tre supporter di Vignali



Chi ha detto che i Portici del Grano sono assiepati di contestatori di Vignali? Ci sono tre impavide signore che hanno voluto testimoniare la loro fiducia in Pietro. E se gli “indignados” parmigiani utilizzano il web per propagare la loro “battaglia” pro dimissioni del sindaco, le tre si sono adeguate e hanno scelto Facebook per testimoniare la loro fiducia nel primo cittadino.
Ma chi sono? Ce lo racconta la  lettrice Francesca in una mail. Da sinistra verso destra: ”Francesca Gambarini, vicina a Luigi Giuseppe Villani e coordinatrice Pdl di Fidenza, nonché presidente del Consiglio Comunale (47 preferenze, sic.). Al centro Antonella Amore, da sempre ‘protetta’ da Massimo Moine che, dopo averla imposta nel 2004 durante la fallimentare gestione Franchi come assessore a Salsomaggiore Terme (paese dove probabilmente la nosta amica beneventina neanche aveva mai messo piede), è stata dirottata con due contratti part-time nei comuni di Parma e Torrile per poi riuscire a diventare ‘interamente’ del nostro amato comune ducale. Infine abbiamo Mariagrazia Pontremoli, vicina al vicesindaco Buzzi ed ‘inspiegabilmente’ assunta come segretaria prima in Spip e poi in Stt. E ci credo che sostengono il sindaco Vignali, ci mancherebbe altro!”.
E ci mancherebbe che il Pdl non appoggiasse il civico Pietro, aggiungiamo noi.
“Forse sarò una inguaribile sognatrice ma è per me insopportabile ed avvilente constatare quale sia il modo più semplice per fare strada in politica e come si conquistino ambiti posti di lavoro nel nostro Paese e nella nostra città”, conclude Francesca


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Leggere e....rimenbrare !!


Salve a tutti,
lo so che è una frittata già proposta, ma a me piace "ricordare" a questi signori che non è vero che la gente ha la memoria corta!!!!
Ieri sera a Parma Europa il nostro caro vicesindaco Buzzi ha elogiato il Sindaco per aver avuto il coraggio di cancellare il progetto Metropolitana per non fare ricadere le spese sui cittadini.... inoltre lo stesso Buzzi parla di Amministrazione eletta in base ad un programma elettorale ben preciso (quindi di cosa ci lamentiamo?).
In allegato troverete un articolo che riguarda giusto il nostro Vicesindaco e le sue dichiarazioni riguardo alla realizzazione della Metro ....leggete e rimembrate :)
Caro Buzzi, altro che elogiare il Sindaco x il suo coraggio ......abbia Lei una volta tanto il coraggio di fare quello che dice !!!!!
E' pur vero che dopo che Manfredi mi aveva risposto che le sue (di Manfredi) "...sono solo dichiarazioni di carattere politico-amministrativo e che quindi non deve dimostrare niente a nessuno" .....cari miei....direi che non ci sono altri commenti da fare ....e il bello è che lo dicono con aria di vanto !!!!
Un saluto a tutti ... meno che a manfredi e a tutti quelli che fanno dichiarazioni di carattere politico-amministrativo  :-)




Ecco le dichiarazioni apparse sui giornali:

buona lettura !!


"sabato 5 Aprile 2008"


ll ricorso della Vianini? Il Tar di Parma deciderà entro venti giorni in forma abbreviata. Ma per noi il ricorso è
infondato». Lo ha detto il presidente di MetroParma,la società interamente partecipata dal Comune incaricata di gestire la fase appaltante del bando di gara pubblico,Renzo Rossolini, durante la sua audizione ieri in commissione consiliare Controllo.LaVianini,una delle quattro aziende partecipanti, aveva fatto ricorso ritenendo
illegittima l'esclusione sancita dalla commissione che sta esaminando le domande.Quanto ai costi di realizzazione,dati i 168milioni di euro statali,i 96 che il Comune ha preso a prestito dal Cipe con un finanziamento di 24 anni,sono ancora da trovare i 37milioni di materiale  rotabile,per i quali,afferma Rossolini,«abbiamo dato mandato per accedere ai finanziamenti e lo Stato dovrebbe erogarli».Il consigliere di
«Ia minoranza di Ap Paolo Pizzigoni e il rappresentante del comitato StopMetro Andrea Bui hanno sollevato dubbi sul numero di passeggeri previsti (25milioni l'anno e 80mila al giorno secondo le stime contenute nella delibera comunale approvata a suo tempo dal consiglio comunale) al fine di sostenere i costi di gestione,
affidati ad una ditta che non sarà quella costruttrice.«La valutazione va fatta considerando un sistema integrato di trasporto gomma e ferro - dice Rossolini - che comprende parcheggi scambiatori, righe blu e riduzioni di spesa di Tep, tagli al personale compresi, che vedrà ridotto di due milioni i chilometri all'anno percorsi dai bus».Tuttavia,afferma il vicesindaco Paolo Buzzi provocando le proteste di alcuni dei presenti all'affollata commissione, «nel caso occorra saranno i cittadini a contribuire, perché hanno votato una maggioranza comunale che nel suo programma aveva la realizzazione della metro».Lodovico Cutaia,segretario provinciale
del Prc e Giuseppe Massari,consigliere comunale del Pd,hanno invece insistito sui problemi che la realizzazione
comporterà per la città anche a livello ambientale,specie per quartieri già saturi di cantieri come il San Leonardo.


"unpensieroverdeperparma"

Parla Marco Chierici, fra i primi promotori del "Giro della Padania" .


Gentile Direttore,
dopo le numerose polemiche e gli scontri anche violenti che hanno accompagnato la carovana del 1° Giro Ciclistico della Padania per Professionisti, vorrei rendere nota una "statistica". Essendo tra coloro che per primi proposero con varie iniziative questa competizione sportiva, preciso:sportiva e non politica, anche se politicizzata, sono andato a verificare un dato del quale ero già certo. Parlo dei più grandi campioni di ciclismo della nostra storia. Sono quindici gli atleti italiani che hanno vinto almeno un campionato del mondo e tutti e quindici sono originari della cosiddetta Padania. Dal 1927 con Alfredo Binda, fino all'ultima maglia iridata di Ballan, nemmeno uno dei nostri campioni del mondo ha visto la luce a sud della Toscana. Dopo Binda (3 volte campione del mondo), nell'albo d'oro troviamo: Guerra, Coppi, Baldini, Adorni, Basso, Gimondi, Moser, Saronni, Argentin, Fondriest, Bugno, Cipollini, Bettini, e appunto Ballan.Per molti lettori questa potrà sembrare una sciocchezza di poco conto, ma è tra le ragioni che danno una legittimità maggiore alla competizione riconosciuta dall'Unione Ciclistica Internazionale. In tutto il mondo esistono gare locali che portano nomi di regioni o macroregioni non conformi con i libri di geografia, penso ai Paesi Baschi, al Giro del Quebec, delle Fiandre, alla Tirreno-Adriatico, alla Settimana Bergamasca, al Giro del Midi Libre e chissà  quanti altri. Per dovere di cronaca, questo è quanto volevo comunicare.
Marco Chierici

venerdì 23 settembre 2011

Un plebiscito per Andrea Zorandi.



Si è svolto nella serata di Giovedi 22 il congresso per l’elezione del Segretario della Lega Nord di Parma e del direttivo provinciale. La rielezione del Dott. Zorandi, data quasi per scontata, è stato un plebiscito . La sua onestà morale e intellettuale, la sua capacità di relazionarsi e di misurarsi con chiunque è una certezza. La sua correttezza, la sua schiettezza e allo stesso tempo la fermezza nell’esprimere il suo pensiero ne fa un leader ed è stata indiscutibilmente apprezzata da chiunque abbia avuto l’opportunità di misurarsi  con lui. Il Segretario Andrea Zorandi  ha un dna ormai raro in molte persone, politici e non. Ama stare in mezzo alla strada, a contatto con la gente. E’ una di quelle persone che non può che essere comunque apprezzata da qualunque avversario politico e di qualsivoglia colore. Lo aspetta un lavoro non facile, i problemi di Parma sono tanti, le decisioni difficili e il terreno su cui si misurerà è pieno di insidie ma siamo certi che saprà gestire al meglio i tempi duri che lo aspettano. Buon lavoro Andrea.

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sabato 17 settembre 2011

Polizze assicurative illegali. La Corte dei Conti condanna il Comune di parma


La Corte dei Conti ha condannato 33 amministratori del Comune di Parma, tra cui l’ex sindaco Elvio Ubaldi e l’attuale primo cittadino Pietro Vignali, al pagamento complessivo di 369.800 Euro. E’ questo il risarcimento stabilito dalla Corte dei Conti in merito alle polizze assicurative stipulate dagli amministratori a tutela del proprio patrimonio personale in caso di errori nell’amministrazione della cosa pubblica. Coperture giudicate illegali dalla Corte.
“Nei prossimi giorni – replica il Comune di Parma in una nota - la sentenza sarà analizzata con i legali e con le persone coinvolte, cioè gli amministratori che dal 2000 al 2010 hanno rivestito la carica di assessore comunale”, precisando che “ci troviamo dinanzi a una sentenza pilota per centinaia di Comuni italiani che, negli anni, hanno adottato un sistema analogo nella convinzione della sua correttezza”.

lunedì 12 settembre 2011

Tosi: «Berlusconi si faccia da parte» Il sindaco leghista Tosi:

«Lasci il prima possibile. Si è concluso un ciclo».



Flavio Tosi  continua lo smarcamento dall'attuale governo Pdl Lega, chiedendo niente meno che le dimissioni di Silvio Berlusconi. In un'intervista  al Corriere della Sera il sindaco di Verona  ha spiegato: «Un ciclo è concluso. La cosa migliore sarebbe che Berlusconi decidesse di farsi da parte. Ma non nel 2013: il prima possibile». 

Per Tosi  le colpe del premier sono da ricercare «in una gestione della finanziaria pittosto ondivaga», nel «referendum» e nelle «elezioni di Milano..». 

«Le elezioni adesso», ha spiegato Tosi, «sarebbero una cosa da pazzi». Il leghista boccia anche l'ipotesi di un governo tecnico: «I governi degli unti del signore che volano tre metri sopra il cielo e ci spiegano come si governa senza averlo mai fatto, non mi hanno mai convinto».

SERVE UNA SVOLTA NELLA MAGGIORANZA. «Ci vorrebbe», ha affermato quindi, «una svolta dentro la stessa maggioranza». Un passo indietro del Cavaliere, inoltre, «potrebbe portare alla maggioranza nuovi consensi». Per Tosi poi è probabile una nuova manovra «perché questa prevede poche misure strutturali. Senza misure che taglino la spesa» ha aggiunto, «copri semplicemente il buco». «Una cosa è certa»,  ha concluso, «non si può tirare a vivacchiare per un anno e mezzo».
fonte blog: "Questa è la Lega"

martedì 6 settembre 2011

SEQUESTRO PESCE: RAINIERI (LEGA), IN DIFESA DEL MARE CONTRO FURBI E FURBETTI


“Difendere la nostra terra, il nostro sistema agricolo, ma anche il nostro mare non è solo un segno di civiltà, ma anche una risposta alla crisi economica. Per questo voglio ringraziare personalmente il lavoro instancabile degli uomini della Guardia Costiera e delle Capitanerie di Porto”.
Così Fabio Rainieri parlamentare parmigiano della Lega Nord e segretario della Commissione Agricoltura a Montecitorio è intervenuto dopo i sequestri di Chioggia e Pantelleria dove i militari hanno scoperto 3.577 Kg di pesce spada e prodotto ittico sotto misura, oltre a 3.415 Kg di tonno rosso privo dei documenti di tracciabilità (Chioggia) e 8 Km di rete Spadara rinvenuta a bordo di un motopeschereccio (Pantelleria) .
“La difesa del nostro Mare – conclude Rainieri – è una garanzia non solo per i consumatori, ma per tutto il Paese. Chi pesca con mezzi illegali e non produce adeguata documentazione di quanto immette sul mercato crea un doppio danno: alle tavole della nostra gente e al delicato ecosistema. Ecco perché torno a ribadire la necessità di intervenire in fretta con un deciso giro di vite contro furbi e furbetti a difesa della salute dei consumatori e di tutto il nostro Paese” .
Ufficio Stampa On Rainieri